Le rovine del “Conventaccio”

Il “Conventaccio”

A pochi chilometri dal valico del Monte Nibbio, in posizione dominante sulla valle del Chiani in direzione di Orvieto, sorgono i ruderi del “Conventaccio”. Della imponente struttura, di cui non si conosce la funzione originaria, sono visibili i resti di una cinta muraria quadrangolare, costruita con conci squadrati di pietra grigia disposti in filari regolari e nel cui lato a sud- ovest si apre un grande arco ogivale, probabilmente l’entrata principale di quella che potrebbe essere stata un’antica fortezza. Nel medioevo il “Conventaccio” sembra aver fatto parte dei possedimenti dei Bovacciani, poi dei Filippeschi e certamente dei Monaldeschi, signori del vicino castello della Sala e forse fu coinvolto nelle lotte tra le fazioni orvietane e nella lotta all’eresia catara. Venuta meno la sua funzione originaria, nel tempo la costruzione si trasformò in un rudere, ma una parte di esso in seguito fu ristrutturata come casa per i mezzadri. Nel 1938 al “Conventaccio”, diventato proprietà degli Antinori e parte di una vasta tenuta, si stabilì la famiglia Lupi. Liliana Lupi, che vi ha vissuto per dodici anni fino al 1956, nel suo libro “Il Conventaccio. I miei ricordi” (Bookrepublic 2014) descrive la casa colonica come grande e confortevole, adatta a ospitare una famiglia numerosa e a fornire i locali per la dispensa e il magazzino. La cucina era enorme con un gran focolare. Sotto la casa vi erano le stalle per il ricovero e l’allevamento degli animali.  La casa si estendeva lungo il muro originario dell’antica costruzione fino all’angolo sud del quadrilatero. Oltre il grande arco in pietra, al quale si accedeva da un breve passaggio in salita parzialmente lastricato, c’era un vasto androne dove si depositavano gli attrezzi per il lavoro dei campi e per le altre attività. A destra dell’arco una lunga e ripida scala in pietra portava all’abitazione. Un altro arco più piccolo immetteva nella parte interna della fortezza, esclusa dalla ristrutturazione e ingombra di macerie. Attraversate le macerie si passava sotto un terzo arco che si apriva nel terzo lato delle mura, opposto all’entrata. Forse in origine esisteva un quarto arco nell’ultimo lato delle mura di cinta, ma questo già allora era completamente crollato.   “Oggi – scrive Liliana Lupi- il lungo alto muro, che da tre lati circondava la casa (è) in gran parte crollato; la casa stessa (è) ridotta a cumulo di macerie; i dintorni […] quasi irriconoscibili per il cantiere  del nuovo abitato”,  cioè del  “villaggio”, sorto  come luogo di vacanze,   che ormai si impone  alla vista  interrompendo il profilo collinare del luogo.

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